Ricettario per l’infelicità

Le librerie sono colme di manuali di psicologia fai-da-te con “ricette” utili per la felicità (combattere lo stress, essere una brava mamma, crescere un figlio sano,…), consigli di buon senso che già forse le nostre nonne avevano “sfornato” qualche volta in un pranzo domenicale, assieme alle lasagne.

Come una migliore amica, come un confessore, questi libri ci indicano la via, quella giusta, quella sensata, quella sana.

Eppure, molto spesso falliscono.

Com’è possibile sapere le cose “giuste”  ma andare nella direzione opposta? Per quali ragioni le persone boicottano da sé la propria riuscita?

E qui arriva generosa la genialità di Paul Watzlawick, che con il suo “Istruzioni per rendersi infelici” sovverte le regole del gioco, evitando di dare consigli per la felicità ma spiegando come si fa a mantenere vive e vegete le situazioni che fanno soffrire.

L’autore non si prodiga a dare ricette precostituite per stare bene (ricette che poi sappiamo sono in pochi a seguire davvero) ma porta il lettore a sentire “avversione” (quasi disgusto”) per le forme usuali che utilizza per rimanere infelicemente stagnante.

Ed è qui la genialità: un’opera, sia essa letteraria o di altra natura, non è efficace perché “giusta” o ragionevole ma perché permette di sentire e di percepire se stessi in modo diverso; permette di vedersi sotto una nuova luce.

Non sono i buoni consigli a modificare una traiettoria, ma l’idea di avere davanti un precipizio …

Mi piace definirla un’opera “attivante”, scomoda. Se ti riconosci nelle sue parole non riesci a stare lì fermo per molto. La tua palude non ti piace più.

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