Transessualità, l’approccio “eretico” di una certa psicologia

Ultimamente si è parlato spesso di transessualità.

Si stima che in Italia le persone transessuali siano circa 50.000: 70% MtF (Male to Female, cioè uomini che diventano donne) e il 30% FtM (Female to Male, donne che diventano uomini).

Il 18 ottobre a Verona si è tenuto il Convegno “Dalla scoperta di sé alla transizione” promosso dal Dipartimento di Sanità Pubblica e Medicina di Comunità e dal Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’ Università di Verona con la collaborazione del S.A.T. (Servizio Accoglienza Trans), un servizio attivo sul territorio veronese e offerto dal circolo Pink. Il Convegno aveva lo scopo di far riflettere sui vari aspetti (medici, psicologici, legali, sociali, etici e storico-culturali) coinvolti nel percorso di transizione che affrontano le persone che decidono di “cambiare sesso”.

Attualmente le norme in materia di Rettificazione di attribuzione di sesso (L. 14 aprile 1982, n. 164) consentono – dopo l’accertamento diagnostico endocrinologico e psichiatrico della presenza della “malattia” (Disturbo dell’Identità di Genere – DIG) e della presenza di risorse personali per affrontare le conseguenze del cambiamento – di attribuire ad una persona, mediante sentenza conclusiva del Tribunale, sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modifiche dei suoi caratteri sessuali. Il nome di nascita viene così sostituito anagraficamente da quello prescelto e corrispondente al genere sessuale di elezione della persona. La legge non impone necessariamente l’intervento chirurgico (rimozione degli organi riproduttori – isterectomia e mastectomia per le donne che diventano uomini/orchiectomia per gli uomini che diventano donne – e ricostruzione degli organi genitali) come condizione obbligatoria per poter procedere alla Rettificazione di attribuzione di sesso. Il “percorso” dovrebbe, infatti, tenere in considerazione prima di tutto le specifiche esigenze di benessere psicofisico di ogni singola persona in relazione al proprio corpo. Per molti la presenza degli organi sessuali di nascita costituisce un elemento di disturbo all’affermazione della propria identità; altri raggiungono un buon livello di soddisfazione mantenendo integri i propri genitali; altri ancora vivono con angoscia l’idea di sottoporsi ad un intervento chirurgico; altri, infine, possono dover rinunciare all’intervento chirurgico perché incompatibile con la propria condizione di salute.

Il processo di “cambiamento di sesso” in Italia non sembra però regolamentato in maniera adeguata e alla fase finale dell’intervento arrivano in ogni caso in pochi e dopo un percorso lunghissimo ed estenuante sia per l’aspetto economico che psicologico.

Il 20 ottobre è partita – a livello mondiale – una campagna per chiedere all’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) di depatologizzare  la transessualità eliminandola dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) – attualmente in revisione e alla sua V edizione – che la classifica tra le malattia psichiatriche sotto il nome di Disturbo dell’identità di genere (DIG). I criteri per formulare tale diagnosi prevedono che la persona si identifichi in maniera intensa e persistente con individui di sesso opposto (a quello biologico); che questa identificazione non sia semplicemente un desiderio di qualche presunto vantaggio culturale derivante dall’appartenenza al sesso opposto (a quello biologico); che ci sia l’evidenza di una condizione di malessere persistente o di estraneità riguardo al proprio sesso biologico; che la persona non presenti una condizione di intersessualità (es. sindrome di insensibilità agli androgeni o iperplasia surrenale congenita); che ci sia un disagio clinicamente significativo o compromissione in ambito sociale, lavorativo e nelle relazioni interpersonali. Ad oggi non esistono evidenze circa le cause specifiche di tale condizione. Questa iniziativa mondiale chiede, quindi, di permettere alla persona transessuale di decidere da sola – senza diagnosi e tribunali – che cosa fare con il proprio corpo senza perdere il diritto al sostegno economico da parte dello Stato (attualmente assicurato dallo Stato Italiano proprio perché ritenuta una malattia) per affrontare le principali cure mediche necessarie al percorso di transizione.

Sembrano essere molte, inoltre, le denunce fatte all’Ordine Nazionale degli Psicologi e degli Psicoterapeuti da parte di persone transessuali che segnalano la presenza di Servizi che obbligano alla psicoterapia pena la non possibilità di accedere al percorso di transizione medico-legale che consente di “cambiare sesso”. Sono gravi le affermazioni che girano anche sul web: “Ho dovuto fare anni di psicoterapia obbligatoria. Ho raccontato solo le cose che volevano sentirsi dire, tempo sprecato e soprattutto ho dovuto fare una cosa che non volevo e non mi interessava e che, oltretutto, è servita solo a farmi stare peggio”; “È gente che vuole controllarti, gestirti, ti scruta, giudica, si insinua nella tua vita privata, ti obbligano a subire le loro angherie per riempirsi le tasche”; “una pratica creata dalla casta degli psicologi che hanno messo radici nei centri che si occupano di cambio di sesso”.

Vorrei approfittare di questo spazio per esprimere la voce di una Psicologia diversa,  “eretica” ovvero di una Psicologia che “ha la possibilità di scegliere!” tra diverse teorie in virtù dell’obiettivo e del mandato in cui si riconosce.

Uno psicologo “eretico” si rifà ai presupposti della moderna filosofia della conoscenza costruttivista (von Glasersfeld, von Foerster, Kelly, Maturana, Varela, Piaget, Watzlawick) ritenendo che sia impossibile offrire una spiegazione assolutamente vera e definitiva della realtà, essendo questa inevitabilmente determinata dal punto di osservazione e dalle finalità conoscitive di ciascun osservatore. Categorizzazioni, schemi, definizioni, attribuzioni e linguaggi devono perciò essere riconosciuti come sistemi per rappresentare la realtà attraverso cui, in virtù dell’obiettivo, le persone realizzano diverse configurazioni del mondo.

Questo tipo di psicologia non si interessa di soggetti in sé (il problema non è dentro la persona) ma di soggetti in relazione visto che è impossibile estrapolare un soggetto dal suo contesto interattivo (sociale, culturale, storico, normativo).

Si tratta di una Psicologia che non condivide la patologizzazione (seppur ahimè attualmente necessaria per ottenere un sostegno economico per affrontare il percorso di transizione!!) e la prassi di taluni servizi che – pare – obblighino ad intraprendere un percorso di psicoterapia basandosi sul presupposto che una persona transessuale sia da “curare”perché mentalmente malata o non sufficientemente consapevole di ciò che deve affrontare. La psicoterapia non può essere obbligatoria ma deve partire sempre dalla richiesta personale di cambiamento di una certa situazione vissuta come problematica da parte dell’individuo.

Questa psicologia ha come obiettivo principale quello di conoscere (attraverso l’interazione ogni volta unica tra due persone: psicologo e interlocutore) le molteplici sfumature della complessità dell’essere umano; del suo essere in relazione con se stesso, gli altri e il mondo – piuttosto che quello di etichettare, classificare e ricondurre sulla “retta via” chi non rientra nei famigerati criteri di “normalità” o di “ordine naturale”.

Mi piace descriverla come una psicologia che mette a disposizione delle persone che ne sentono l’esigenza, uno spazio in cui formulare nuove domande, nuove narrazioni di sé, nuove prospettive e nuove possibilità laddove il personale concetto di benessere sia stato temporaneamente smarrito così da costruire e dare forma ad una rappresentazione di sé soddisfacente in cui riconoscersi e che consenta di stare bene.

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