Dallo Psicologo, io, non ci vado!!!!

Arriva una telefonata: dall’altra parte del telefono una voce incalzante, spaventata: “Sono B., buongiorno! Chiamo per mia figlia F.. Da mesi non mangia più. Non so cosa stia succedendo. Ha solo 13 anni! Avrei una certa fretta, è possibile avere un appuntamento in tempi brevi?”.

Fisso un incontro con i genitori appena possibile, così da poter comprendere meglio la situazione. B. mi avverte: “Non so se mio marito riuscirà ad essere presente. È spesso fuori città per lavoro.”

Sottolineo l’importanza che ci siano entrambi. All’incontro B. non è sola, con lei c’è il marito, G.

B. apre le danze raccontando di aver cercato in tutti i modi di creare una famiglia serena dove le proprie figlie potessero crescere nel modo migliore possibile. Per questo si dichiara molto sorpresa per quello che sta accadendo da qualche tempo alla figlia più grande, F. che, mai prima di quel momento, aveva dato segnali di disagio o di problemi di comportamento. G. ascolta in silenzio, osserva B.

Da qualche mese F. ha smesso di mangiare, si rifiuta di assumere cibo e qualunque cosa gli somigli, e da ragazzina golosa di un tempo, è diventata “di colpo” inappetente. Al rifiuto del cibo, negli ultimi tempi ha associato un’intensa attività fisica: palestra, corsa, nuoto, bici, passeggiate quotidiane. Non esce più di casa se non per andare a scuola o fare attività fisica, non le interessa più avere delle amicizie, passa le sue ore tra specchio e bilancia. Secondo la madre, F. è ossessionata dalla ricerca di una linea ideale e dal timore di avere i fianchi e le cosce enormi. Nonostante i diversi chili persi negli ultimi mesi, non sembra ancora soddisfatta; appare intenzionata a dimagrire ancora di più. B. afferma, quasi chiedendo di essere smentita, che il problema si presenta come un inizio di anoressia nervosa, diagnosi da lei effettuata sulla base di letture e informazioni raccolte un po’ ovunque: riviste, internet, tv, libri sul tema.

B. dichiara di essere la sola a “fare qualcosa” considerato che il marito, per motivi di lavoro, è spesso assente. G. si muove sulla sedia, ma resta ancora in silenzio.

B., così come tutti i genitori che si trovano alle prese con questo problema, ha fatto diversi tentativi per risolvere la situazione: ha cercato di comprendere le cause e le motivazioni di tale atteggiamento, si è prodigata nella preparazione di cibi che siano graditi a F., ha aumentato in maniera sproporzionata il controllo su quello che mangia o non mangia, cerca continuamente di persuaderla a mangiare, qualsiasi cosa  in qualunque modo.

A questo punto G. prende la parola, interrompendo B.

Ammette di non essere presente quanto la moglie a causa di un lavoro che lo porta spesso fuori città, ma afferma di non concordare appieno con le modalità di B. di far fronte alla situazione. G. pensa che questa sia una fase transitoria, tipica dell’adolescenza. Sostiene, infatti, che “prima o poi F. si stancherà di questa moda della magrezza e tornerà la ragazzina golosa e serena di un tempo. Sono capricci e come tali vanno trattati”.

E’ chiaro che B. e G. hanno teorie diverse rispetto al problema di F., diversi modi di farvi fronte e idee diverse rispetto a ciò che potrebbe essere utile per risolverlo.

Quando chiedo in che misura F. è d’accordo sull’idea di fare dei colloqui con uno psicologo, B. risponde che è un bel pezzo che lotta per questo e F. si è sempre rifiutata. Il giorno precedente alla sua telefonata per prendere l’appuntamento c’è stata anche una grossa scenata in cui F. avrebbe detto “Dallo psicologo io non ci vado neanche morta. Se c’è qualcuno che ha bisogno dello psicologo siete voi!!”.

Data la non disponibilità di F. ad incontrare uno psicologo, propongo ai genitori di non forzarla e di lavorare piuttosto insieme per qualche incontro, nel tentativo di intervenire su di lei in modo indiretto.

B. e G. appaiono perplessi ma accettano.

Durante gli incontri lavoriamo sulle loro diverse concezioni del problema di F. e sulla messa a punto di strategie condivise e più efficaci, così da disegnare una rotta comune che possa essere d’aiuto nella soluzione del problema di F. I genitori seguono le mie indicazioni e in poco tempo riferiscono un graduale miglioramento della situazione: si sentono più efficaci e alleati, l’atmosfera in famiglia sta cambiando (anche durante i pasti) F. inizia a mangiare “qualcosa in più” e la comunicazione con lei è meno ostile.

Dopo qualche incontro solo con la coppia F. esprime ai genitori il desiderio di parlare con uno psicologo per poter costruire un dialogo diverso con il proprio corpo e l’immagine di sé che la fa star male.

Accade spesso che gli adolescenti (anche se non solo loro!) oppongano resistenza alla proposta dei genitori di rivolgersi ad uno psicologo per un loro comportamento che li preoccupa. Ingaggiare una lotta volta al convincimento rischia di essere inefficace, di generare una maggiore chiusura da parte dei figli e, non ultimo, di inasprire i conflitti. In queste situazioni appare, invece, più efficace optare per “un tiro di sponda” che si basa sul coinvolgimento dei genitori in qualità di validi co-terapeuti.

Certo questa non è cosa da tutti poiché implica la disponibilità a fare cose che talvolta risultano bizzarre e contrarie al senso comune e di inserire piccoli auto cambiamenti nelle modalità di interazione con i figli con l’obiettivo di generare indirettamente alcuni cambiamenti nei comportamenti di quest’ultimi.

Non è raro che questi incontri, da soli e senza la necessità di coinvolgere i figli, si rivelino risolutivi della situazione che preoccupa i genitori. Altre volte il cambiamento nelle dinamiche di interazione familiare aumenta la probabilità che i ragazzi formulino una richiesta di consulenza personale che parta da una richiesta di cambiamento/aiuto che a questo punto vivono come scelta personale.

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  • Giovanni
    22 dicembre 2014

    Problematica comune purtroppo in molte famiglie che necessitano di portare i figli dallo psicologo. Interessante caso studio comunque. Un saluto. Giovanni

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