A proposito di … “bamboccioni”: reale necessità o mamme felici di poterli accudire?

bamboccioniNell’ultimo periodo mi capita sempre più spesso di essere contattata da genitori  (per la verità, prevalentemente da mamme..) alle prese con difficili convivenze con pargoli dai 20 ai 40 anni. Studenti universitari, disoccupati o giovani lavoratori che spesso impongono una sorta di dittatura ai genitori e agli altri membri conviventi della famiglia. Talvolta vedo genitori che sono quasi completamente succubi ed in balia delle richieste dei figli, soggiogati ed alcuni addirittura terrorizzati di contrastarli per paura di eventuali ripercussioni e per il timore di affrontare probabili sceneggiate dai toni minacciosi, si adattano completamente alle loro pretese oltrepassando il proprio ruolo genitoriale. Ciò che dovrebbe lasciare perplessi è constatare che, come succede spesso in tutte le richieste di “aiuto”, se da un lato le madri lamentano situazioni esasperanti e non più sostenibili, dall’altro le stesse faticano a collaborare o addirittura rifiutano ogni tentativo di modificare la situazione per arrivare ad un reale cambiamento.
Ma vediamo insieme qualche esempio, tramite alcune testimonianze di mamme alle prese con figli cosiddetti “bamboccioni”.
“Non sarebbe difficile vivere con lui se non lasciasse le scarpe misura 46 sotto il tavolo della cucina, in mezzo al salotto o in bagno. Non sarebbe un problema se non svuotasse il frigorifero senza mai fare la spesa, se non seminasse il corridoio con calzini e biancheria sporca, se non si lamentasse che non ha più mutande quando ne ha dieci paia nel cassetto della sua camera, se ogni tanto buttasse la spazzatura (spontaneamente), se non mettesse in frigo le bottiglie di acqua vuote, se non cospargesse briciole su divani e tappeti, se non dicesse “mi hai perso la tessera della palestra” quando l’ha dimenticata nei jeans che sono in lavatrice ecc. ecc.”. Queste, come molte altre simili, sono le parole di una mamma di G. un ragazzo di 25 anni, neolaureato in Ingegneria e per ora disoccupato. A questo punto alcune domande nei genitori nascono spontanee; Dobbiamo avere sbagliato qualcosa suo padre ed io, ma ora è troppo tardi per chiamare “SOS Tata” a per raddrizzare la rotta; e dunque? Alcuni genitori si rispondono così: c’è un’unica soluzione: se ne dovrebbe andare di casa. Ma oggigiorno come si fa?
Capisco che in questi tempi di “crisi” una scelta del genere può risultare controcorrente. Alcuni miei amici, ad esempio, non solo non possono permettersi di aiutare i propri figli a uscire di casa, ma addirittura, per risparmiare su un secondo affitto, hanno preso sotto il loro tetto anche la mamma di lui. Stanno strettini ma, non avendo scelta, si fanno andare bene la situazione, soffocando quell’insofferenza verso i pargoli grandicelli e disordinati.
All’estero invece, se dopo i 20 anni vivi ancora con i genitori ti guardano male e hanno ragione: ritengo infatti che solamente trovandosi faccia a faccia con le incombenze del quotidiano si impari a farsene carico, diventando persone responsabili e adulte.
In Italia sentiamo spesso parlare di “bamboccioni”; quando io interrogo alcuni di questi giovani sull’argomento spesso mi sento dire che ognuno ha i suoi tempi, che logicamente non coincidono con quelli dei loro genitori; che c’è la disoccupazione e che non tentano neanche di cercare un lavoro perché tanto non lo troveranno di certo di questi tempi…Ad una pressione familiare ad uscire dalle mura domestiche rispondono “Va bene, anche io non vedo l’ora di andarmene. Ma te ne pentirai! Ti mancherò.” Ed ecco che si scatenano nei genitori pensieri di abbandono e sensi di colpa: forse pretendo troppo, non mi rendo conto di cosa c’è in giro, in effetti poi mi sentirei sola/solo, non sono pronta per vederlo andare via, è troppo presto ho ancora un sacco di cose da dirgli e da fare con lui.  Per chi è vissuto in “simbiosi” quasi da coppia con il figlio, la separazione può creare voragini. La chiamano “sindrome del nido vuoto” e, per carità, va rispettata perché è normale un po’ di dispiacere quando torni a casa e la trovi vuota, tutto in ordine come l’avevi lasciata, un posto in meno a tavola e tanto tempo libero in più.
Però noi italiani siamo un po’ esagerati se pensiamo che il 70 per cento dei figli esce di casa in media a 31 anni, soprattutto i maschi. E i casi che conosco confermano le statistiche.
Femmina è M., 19 anni. Appena terminata la maturità, e sapendo che i genitori possiedono un bilocale nella stessa città ha chiesto loro “sono grande, ho voglia di andare a vivere da sola. Posso prendere l’appartamentino?”. Siccome i suoi genitori sono aperti e disponibili, hanno detto sì. Pochi mesi dopo la mamma di Martina mi ha confessato “Quanti pianti mi sono fatta, da sola e di nascosto. Mi passerà, ma mi manca”.
S., 35 anni, amministratore di condomini, figlio unico, fortemente sovrappeso, una calvizie incipiente e un tabagismo che la madre lo costringe a sfogare sul balcone di casa; vive ancora con i genitori, è single, in camera ha ancora i poster dell’Uomo ragno. Mammà lo segue anche alle riunioni di condominio dove gli fa da segretaria, dà e toglie la parola, risponde come se fosse lei l’amministratrice.
C., mamma di 3 figli, ha gentilmente invitato il figlio maggiore P. ad accomodarsi nell’appartamento accanto al loro. “Non ero stanca di lui, ero convinta che gli avrebbe fatto bene. Traslocò, ma si vedeva che sarebbe rimasto più volentieri con noi. Dopo un po’ è andato in “depressione”, tornava tutte le sere da noi. Ci ha impiegato 2 anni a trovare un nuovo equilibrio. La seconda figlia invece, a neanche vent’anni ha girato mezza Europa e ora vive e studia a Londra. Ho appena fatto in tempo a svezzarla e poi, chi l’ha più vista?”.
Insomma, le regole sull’uscire di casa non sono assolute, vanno calibrate caso per caso.. ma dei limiti dovrebbero esistere. Ci sono genitori che piangono di nascosto per la partenza di un figlio, altri che studiano strategie per liberarsene, ma una cosa è certa: quando un figlio non se ne va, non è sempre e solo colpa della crisi, dei mutui che non ti concedono, del lavoro che manca, del carovita ecc. Spesso dietro ad un giovane che non si scolla c’è una mamma complice e contenta (per quanto si lamenti..) di pulirgli la stanza, di lavargli la biancheria, di cucinare per lui e di andare a portarlo e a prenderlo di notte in discoteca. E’ normale voler scappare da dove non stai più bene, è più difficile andarsene da dove si sta bene, quindi talvolta potrebbe essere utile fare un po’ di sano terrorismo ed inventarsi qualche strategia a scopo “pedagogico”.
Un utile esempio lo troviamo nella storia di E., che ha forzato un po’ il destino chiamandolo ‘ristrutturazione degli interni’; “dovevo solo tinteggiare ma a mio figlio, 29 anni e laureato in Giurisprudenza, ho detto che dovevamo fare casa da cima a fondo e che la sua stanza sarebbe stata inagibile per 5 mesi. Era l’occasione per affittare un appartamento suo, visto che aveva trovato un lavoro. Così, ho simulato una specie di trasloco per spingerlo a prendere il volo. Lo ha fatto ed ora è felice. Non posso ancora invitarlo a cena perché ufficialmente in casa persiste il cantiere, per cui lo vedo fuori o al ristorante. Naturalmente pago io, mica si può smettere di essere mamme”.
A questo punto vi starete chiedendo: e i padri? Dove stanno? Che ruolo hanno? Faranno anche loro qualcosa nel mantenere questa situazione..o no? Spesso si assiste ad una sorta di silenziosa presenza-assenza, con padri in altalena tra il dare un colpo al cerchio-moglie, e una alla botte-figlio. Non dimentichiamoci però che in fondo anche non fare “niente” è fare qualcosa; come insegna Paul Watzlawick: non si può non comunicare, non si può non scegliere.
Valentina Fusa
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